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Masseria Appia Traiana

Con le sue foglie dai riflessi cangianti, argentee, sottili e regolari, le cui linee delicate sono messe in risalto dai rami e dal tronco nodoso, l’olivo rappresenta nell’immaginario collettivo una sorta di scultura modellata dalla natura stessa; anche per questo, nella storia dell’arte esso è stato un motivo costante di ispirazione per gli artisti, anche come rappresentazione simbolica di virtù, dogmi, immagini, sentimenti. Se si considera che nella bibbia viene nominato 100 volte l’olivo e 140 volte l’olio, sia per quel che concerne gli usi quotidiani, sia per gli usi più strettamente sacri, si capisce quanto l’albero dell’ulivo sia parte della storia dell’umanità.

Dalla sua importanza materiale deriva la sua rilevanza sacrale, tanto da simboleggiare direttamente la benedizione di Dio o essere associato nei testi sacri frequentemente alla festa, l’uso dell’olio d’oliva conferisce sacralità e autorevolezza a sacerdoti, profeti, re e ospiti importanti. Nell’Antico Testamento, il termine “unto” è spesso sinonimo di “consacrato” e indica una persona, spesso figura regale, prescelta per assolvere a un determinato compito di prestigio.

Dopo il diluvio universale, racconta la Bibbia, Noè fece uscire dall’arca una colomba che ritornò con un ramoscello di ulivo. Voleva dire che il buon tempo era tornato sulla Terra.

L’olio d’oliva è sempre presente nei sacramenti cattolici del battesimo, della confermazione e dell’estrema unzione, nella gestualità liturgica, che ne prevede l’impiego nelle ordinazioni sacerdotali e vescovili. La tradizione vuole che anche la croce sulla quale morì Gesù fosse realizzata in legno d’olivo.

GRECI ed EGIZI

Lucerne si trovano nelle antiche tombe egizie, a indicare che con l’olio si illuminavano le notti dell’Oltretomba, ed era legge che nelle lampade del tempio di Amon-Ra in Egitto potesse ardere solo purissimo olio di oliva. Sempre in Egitto, l’olio era usato nei riti religiosi per consacrare sacerdoti e fedeli; funzione poi accolta nel mondo cristiano.

In Grecia, recita il mito, era stata Pallade Atena a far conoscere all’uomo l’ulivo e il suo uso. Dono divino che i Greci apprezzarono al punto da chiamare Atene la loro città più bella, e da impreziosire i dintorni con uliveti disposti a quinconce.

I vincitori delle varie competizioni dei primi Giochi Olimpici che si svolsero ad Atene nel 776 a.C. venivano  premiati con un ramoscello di ulivo, in onore della dea Atena, come segno di fraternità e pace, e con una anfora “Panatenaica” riempita con olio d’oliva di altissima qualità da utilizzare per la salute e l’alimentazione. L’importanza dell’olio d’oliva nella antichità deriva anche dal fatto che Solone, uno dei sette saggi, emanò nel VI secolo a.C. la prima legge per la conservazione dell’ulivo: chiunque osava abbattere un ulivo sarebbe stato punito con la pena capitale.

L’olio di oliva veniva adoperato come farmaco per curare ferite infette e lenire dolori; come cosmetico per frenare sul viso i guasti del tempo; dopo il bagno, per rinfrancare pelle e capelli; come combustibile per alimentare le lucerne.

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ROMANI

I Romani usavano rametti di ulivo intrecciati per incoronare stimati cittadini e gli ambasciatori si munivano di rami di olivo per segnalare la loro pacifica funzione.

Ai tempi di Plinio passava un certo periodo tra la raccolta e la molitura al torchio (torcularium): questa avveniva in un locale ove si trovavano le macine (trapetum) e la pressa (torculum). Non era possibile evitare un periodo di giacenza di alcuni giorni nel magazzino (tabulatum). Se questo non era dannoso per le olive sane, certamente lo era per quelle infestate da insetti o ammaccature. Oggi passano al massimo 48 ore tra la raccolta e la molitura o macinatura e quindi torchiatura della pasta.

Anticamente i romani erano degli abili osservatori e profondi conoscitori dell’arte olearia, al punto da adottare delle denominazioni chiare ed efficaci: “Oleum ex albis ulivis” era l’olio di altissimo pregio ottenuto da olive di colore verde; “Oleum viride“, quello invece qualitativamente altrettanto valido, ricavato da olive appena invaiate e prossime perciò a una maturazione incipiente; “Oleum maturum“, quello ottenuto invece da olive nere e già mature, di qualità considerevolmente inferiore ai primi due oli; “Oleum caducum“, di qualità mediocre, quello che veniva estratto da olive raccolte da terra perché cadute dall’albero per maturazione avanzata; “Oleum cibarium“, infine, per indicare un prodotto di pessima qualità, ottenuto da olive aggredite da parassiti e destinato in parte all’alimentazione degli schiavi e in parte a usi diversi.

Nel mondo latino lo si ritrovava puntualmente ovunque e in qualsiasi contesto, nei cibi come nei sacrifici, nelle lucerne come nei bagni e nelle palestre. Era insomma dappertutto, onnipresente e onnisciente. D’altra parte, l’olio di oliva è l’olio che discende direttamente da Dio, è il simbolo di un’autorità e di una potenza che è derivata da uno stretto legame con l’Assoluto. Per questo, dunque, nessuno può permettersi di alzare la mano sugli unti del Signore.

Possiamo quindi affermare che l’olio, nelle sue tre funzioni principali, alimento, luce e religione, accomuna i popoli dell’area mediterranea e le loro religioni dalla notte dei tempi.